• Laboratorio clinico

La Malattia di Alzheimer

Brain Blood Barrier
NEW: RAME libero e ALZHEIMER - OMOCISTEINA

La  malattia di Alzheimer  è la forma più comune di demenza ed è considerata ad oggi una malattia incurabile. Nel mondo circa 24 milioni di individui sono affetti da demenza, il 70% dei quali da malattia di Alzheimer  (Reitz C, Nature reviews Neurology 2011).

La malattia di Alzheimer ha una prevalenza del 5% nella popolazione ultra sessantacinquenne, raggiungendo circa il 30% nelle persone con età superiore a 85 anni  (Galimberti D, Journal of Neurology 2012).

In base all’età d’insorgenza vengono distinte due forme, una precoce, con insorgenza prima dei 65 anni (1-5% dei casi), ed una tardiva con insorgenza dopo i 65 anni. La forma precoce si presenta in famiglie, è pertanto rara, ed ha una trasmissione genetica mendeliana autosomica dominante.  La forma tardiva, definita sporadica, costituisce circa il 95% dei casi di malattia di Alzheimer totali e presenta un’epidemiologia influenzata da numerosi fattori di rischio, alcuni geneticamente trasmissibili, come la forma epsilon4 del gene APOE, altri comprendenti fattori ambientali, trauma cranico, agenti virali, ipercolesterolemia e disturbo metabolico di metalli, in particolare del rame.

Le cause della Malattia di Alzheimer sembrano risiedere nell’aggregazione e deposizione del peptide beta-amiloide in placche e della proteina Tau in di grovigli neurofibrillari in particolari aree del cervello, come dettagliato in quella che è stata l’ipotesi più accreditata della malattia, definita ipotesi della ‘cascata dell’amiloide’. Questa ipotesi ha assunto oggi diverse forme, in dipendenza dei diversi meccanismi molecolari alla base della malattia che sono stati scoperti e studiati. Infatti, sono numerosi i processi metabolici che oggi si sa essere alterati dalla malattia, e oltre alle placche di beta-amiloide e i grovigli neurofibrillari anche lo stress ossidativo, l’infiammazione, e il dismetabolismo energetico sono considerati come processi che contribuiscono e accelerano la malattia di Alzheimer. La letteratura abbonda di studi che evidenziano come lo stress ossidativo, principalmente prodotto da metalli di transizione quali rame e ferro, può causare danni irreparabili al cervello e può portare alla malattia di Alzheimer. In particolare, dopo gli iniziali studi degli anni '90 che hanno dimostrato i) la capacità del rame di precipitare in placche insolubili il peptide beta-amiloide; ii) che le proprietà tossiche di beta-amiloide sulle cellule gli sono conferite dal rame; iii) la capacità di agenti anti-rame (chelanti) di risolubilizzare tali placche insolubili direttamente da cervelli di pazienti  con malattia di Alzheimer, studi recenti sull'uomo hanno riacceso l'interesse sulla possibile efficacia di agenti anti-rame  (Lannfelt L, Lancet Neurol 2008) o regimi dietetici adeguati per contrastare la malattia di Alzheimer dimostrando che il disturbo metabolico del rame nell’'organismo è un fattore di rischio per questa malattia, che può essere individuato precocemente e modificato.

Oggi è, infatti, consolidato che il disturbo metabolico del rame si correla con la  progressione e la severità della perdita delle facoltà cognitive e che quindi può essere considerato un fattore di rischio per l’insorgenza della malattia di Alzheimer come dimostrano recenti e solide evidenze di tipo clinico, epidemiologico, sperimentale, studi di meta-analisi e genetici pubblicati nella letteratura internazionale. 

La nostra rete di ricercatori ha contribuito in modo sostanziale a dimostrare che una percentuale di pazienti affetti dalla forma sporadica di malattia di Alzheimer ha un disturbo metabolico del rame che porta ad avere una frazione di rame tossico nel sangue legato labilmente a micronutrienti ed in grado di raggiungere il cervello dove potrebbe danneggiare le cellule accelerando e rendendo più aggressiva la malattia di Alzheimer (Figura 1). 

Questo rame tossico viene definito ‘non legato alla ceruloplasmina’ o rame ‘labile’ o, storicamente, rame ‘libero’essendo stato  inizialmente descritto come uno dei sette criteri per diagnosticare il morbo di Wilson, malattia paradigma dovuta ad accumulo e tossicità di questo tipo di rame. Si tratta di una frazione di rame circolante, molto reattiva che genera stress ossidativo e danneggia le cellule ma, come avviene già da anni per il morbo di Wilson, può essere tenuta sotto controllo se viene individuata in tempo, sia mediante una dieta a relativamente basso contenuto di rame, sia mediante integratori alimentari, come lo zinco, che aumentano la produzione nell’organismo di proteine endogene di deposito, le  metallotioneine, che catturano e trattengono il rame libero circolante, ne favoriscono l’escrezione mediante le feci, diminuendone la quantità nel sangue e quindi la tossicità.

La condizione clinica di  Decadimento cognitivo lieve è caratterizzata da disturbi di  memoria che possono avere come esito lo sviluppo di demenza o rimanere invariati per tutta la vita. L’importanza di questa categoria diagnostica risiede nel fatto che soggetti affetti da Decadimento cognitivo lieve hanno una maggiore probabilità di convertire in malattia di Alzheimer rispetto a soggetti sani di controllo. Abbiamo constatato che il disturbo metabolico del rame è già evidente in soggetti  con Decadimento cognitivo lieve e che tra questi, coloro che hanno valori di rame libero superiori a 1,6 µM hanno una probabilità di sviluppare demenza 3 volte superiore rispetto ai soggetti con deterioramento cognitivo lieve con livelli di rame libero inferiori a 1,6 µM.

Figura 1. Modello del coinvolgimento del rame libero nella malattia di Alzheimer. Il rame libero (Cu free in figura) è in grado di attraversare la barriera ematoencefalica (Brain Bood Barrier) e giungere al cervello. Qui, grazie alle sue proprietà altamente reattive, può interagire con il peptide beta amiloide (Ab) a diversi livelli ed avere diversi effetti tossici: Legandosi all’ Ab fisiologica può conferirgli le proprietà di ossidoriduzione producendo stress ossidativo; può reagire con la Ab e promuoverne la sua precipitazione in placche insolubile che disturbano la fisiologia della cellula nervosa, può produrre e reagire con l’acqua ossigenata (H2O2), entrare nelle reazioni di Fenton e produrre radicali dell’ossigeno verso i quali l’organismo non ha difesa, come il radicale ossidrile (•OH).

Rame libero e Alzheimer
Correlazione tra Rame libero e Malattia di Alzheimer

Il test del Rame libero

Valutazione spettroscopica
Prove allergiche

Il test C4D è un test innovativo in grado di misurare la quantità di rame libero in circolo, mediante un semplice prelievo di sangue. Il test è accurato e sensibile ed  è in grado di catturare e misurare il rame libero circolante mediante una sonda fluorescente realizzata ad hoc (Ref Patent: PCT/EP2012/072063).

A chi è diretto il test C4D

È comune avere delle dimenticanze durante la routine della vita quotidiana, dovuta allo stress che i ritmi moderni ci impongono e che spesso possono essere scambiate come espressione di una componente del normale processo d'invecchiamento. Ma quando queste dimenticanze sembrano condizionare le normali attività, come ad esempio le più semplici funzioni quali mangiare, lavarsi, camminare, o tenersi in ordine allora è il caso di consultare il proprio medico di famiglia riferendo tali disturbi o chiedendo maggiori informazioni, ad esempio riguardo le Unità Valutative Alzheimer ( UVA). Le UVA sono dei centri specialistici del Sistema Sanitario Nazionale presenti sul territorio e diretti da un geriatria o un neurologo o uno psichiatra, che hanno il compito di diagnosticare e valutare la gravità di tali dimenticanze, di richiedere esami specialistici di approfondimento del disturbo cognitivo ed eventualmente di attivare una serie di interventi a sostegno del paziente e della famiglia, compresa  l'erogazione gratuita di farmaci e servizi dedicati. Anche solo per aver un’'idea di quali sono i 10 sintomi premonitori della malattia di Alzheimer si possono consultare le linee guida dell’'American Accademy of Neurology al sito  http://www.alzheimer.it/lineeaan.pdf

Oltre agli esami ad oggi disponibili per diagnosticare questo disturbo cognitivo (http://www.alzheimer.it/lineeaan.pdf) è ora disponibile il test C4D, un innovativo e semplice test per identificare precocemente quei soggetti in cui un alterato metabolismo del rame potrebbe essere concausa della malattia o fattore di rischio di progressione della medesima. Ciò nel tentativo anche di poter correggere soprattutto tramite “stili di vita” (p.es. Dieta ed alimenti) tale anormalità. 

Come effettuare il test C4D

Per effettuare il test C4D è sufficiente sottoporsi a prelievo ematico a digiuno presso i laboratori analisi o le UVA affiliati vedi il sito : www.canox4drug.com

Come si legge il test C4D

Il test C4D fornisce un valore quantitativo della concentrazione del rame libero in circolo. Se questo valore rientra negli intervalli di riferimento dei valori normali della popolazione, il test è negativo, il che indica che il soggetto non è affetto dal disturbo metabolico del rame, ma deve comunque rivolgersi allo specialista per una lettura approfondita del risultato.

Se il valore è al di fuori dell'’intervallo di normalità, il test C4D è positivo e il soggetto dovrà rivolgersi allo specialista per avvalersi degli interventi mirati a ripristinare il normale metabolismo, consistenti in una dieta bilanciata ma a basso contenuto di rame o nell’assunzione di integratori a base di Zinco che aumenta la produzione nell’'organismo di proteine endogene di deposito, le  metallotioneine, che catturano e trattengono il rame libero circolante, ne favoriscono l’'escrezione mediante le feci, diminuendone la quantità nel sangue e quindi la tossicità.

Come si effettua la misura con il test C4D

Il test C4D funziona in modo molto semplice: è una sonda fluorescente a spegnimento. E' costituita da una porzione che emette un segnale di fluorescenza che viene quantificato da un lettore e una porzione deputata alla cattura del rame libero nel siero. Quando viene catturato il rame libero, la porzione della sonda che lo cattura modifica la forma della porzione fluorescente, spegnendone il segnale. 
Il cambiamento di emissione viene letto dal lettore di fluorescenza ed è proporzionale alla quantità di rame libero presente nel campione.

OMOCISTEINA

Metabolismo dell'Omocisteina

Che cos'è l'Omocisteina?

L' Omocisteina è un aminoacido non proteico prodotto dal metabolismo della metionina un aminoacido solforato essenziale che viene introdotto nel nostro organismo con la dieta. Da alcuni anni l' iperomocisteinemia, cioè elevati livelli di Omocisteina nel sangue, è considerata un importante fattore di rischio per lo sviluppo di malattie cardiovascolari (aterosclerosi coronarica ed infarto miocardico), cerebrovascolari (ictus cerebrale) e vascolari periferiche (trombosi arteriose e venose).

Il metabolismo dell'Omocisteina si svolge in gran parte nel rene e può seguire o la via della remetilazione, che utilizza gli enzimi metionina-sintasi, metilenetetraidrofolatoreduttasi (MTHFR), betaina-sintasi e che ha come catabolita finale la metionina, o la via della transulfurazione, che sfrutta l'enzima cistationina- b -sintasi e che ha come prodotto finale l'aminoacido cisteina (figura).

Nella via della remetilazione, l'Omocisteina può essere re-metilata a metionina mediante due processi; nel primo, in cui è fondamentale la presenza dell' Acido Folico, e per questo detto "ciclo dei folati", la reazione chiave avviene grazie all'enzima MTHFR che riduce il 5,10-metilene-tetraidrofolato a 5-metiltetraidrofolato; quest'ultimo fornirà poi, in presenza di un coenzima, la vitamina B12, il gruppo metilico necessario per la riconversione dell'Omocisteina in metionina; nel secondo processo invece la reazione di remetilazione è svolta dall'enzima betaina-sintasi che produce metionina catalizzando il trasferimento di un gruppo metilico dalla Betainaall'Omocisteina.

Nella via metabolica della transulfurazione invece la cistationina-b-sintasi, coadiuvata dal coenzima vitamina B6, catalizza la reazione di condensazione tra Omocisteina e serina con formazione di cistationina che successivamente viene degradata a cisteina.

Mentre la via metabolica della remetilazione è attiva per basse concentrazioni di Omocisteina e di metionina, la via della transulfurazione entra in gioco quando le concentrazioni dei due aminoacidi aumentano.

Come abbiamo visto quindi diverse vitamine del gruppo B, quali l'Acido Folico (vitamina B9), la Betaina (Trimetilglicina), la Cianocobalamina (vitamina B12), la Piridossina (vitamina B6) e, in piccola parte, anche la Riboflavina (Vitamina B2) entrano, come cofattori, nel metabolismo dell'Omocisteina risultando sostanze essenziali per la riduzione dei livelli plasmatici di questo amminoacido.

Cenni storici

La prima descrizione dell'iperomocisteinemia risale al 1964 quando venne descritta per la prima volta l'Omocistinuria, una rara malattia genetica caratterizzata da un deficit dell'enzima cistationina-b-sintasi che porta ad un innalzamento dei livelli di metionina e Omocisteina nel sangue (>100 m mol/l) e nell'urine. Questa patologia si manifesta con i segni ed i sintomi dell'aterosclerosi diffusa, con anomalie del rachide, del sistema nervoso centrale e della vista.

Cinque anni più tardi, nel 1969, venne pubblicato il primo studio clinico in cui si ipotizzava una relazione tra elevate concentrazioni di Omocisteina e lo sviluppo dell'aterosclerosi; solo nel 1991, dopo ben 22 anni e svariate ricerche, Clarke R. e i suoi collaboratori pubblicarono su "The New England Journal of Medicine", una delle più prestigiose riviste scientifiche, un articolo in cui affermava che l'iperomocisteinemia era un fattore di rischio indipendente per lo sviluppo di patologie cardiovascolari .

Oggi, nel 2006, a distanza di circa 15 anni dalla pubblicazione di Clarke R. purtroppo ancora molti, anzi troppi medici, ignorano l'esistenza di questo importantissimo fattore di rischio.

L'importanza dell'Omocisteina... L'IPEROMOCISTEINEMIA

L'iperomocisteinemia negli ultimi anni ha assunto un'importanza crescente ed è ormai considerata un forte ed indipendente fattore di rischio per lo sviluppo di malattie cardiovascolari, cerebrovascolari e vascolari periferiche. I soggetti con un aumento dei valori ematici di Omocisteina hanno infatti un maggior rischio di sviluppare infarto del miocardio, ictus ischemico cerebrale e trombosi venosa profonda.

Si stima che le persone con iperomocisteinemia abbiano un rischio circa doppio di sviluppare una malattia cardiovascolare rispetto a chi ha dei valori normali. Una metanalisi effettuata su 27 studi, in cui veniva valutata l'associazione tra Omocisteina e cardiopatia ischemica, ha suggerito che ad ogni aumento di 5 μmol/l di Omocisteina corrisponde un aumento del rischio cardiovascolare pari a quello che si avrebbe con un aumento di 20 mg/dl di colesterolemia totale e, in particolare, si stima che ogni incremento di 5 μmol/l dei livelli plasmatici di Omocisteina sarebbe gravato da un aumento dell'incidenza di malattia coronarica da 1.6 a 1.8 volte. É ormai quindi accettato dalla comunità scientifica che i l rischio di malattie cardiovascolari dipende oltre che da quei fattori ben noti ai cardiologi (ipertensione arteriosa, diabete mellito, elevati livelli di colesterolo, fumo) anche dai livelli plasmatici di Omocisteina; a tal proposito una recente ricerca, afferma che un aumento del 10 % dei livelli di Omocisteina è gravato da un equivalente aumento del rischio coronarico e che, questo rischio, sembrerebbe essere correlato anche alla durata nel tempo dell'iperomocisteinemia.

Altri studi affermano che, in pazienti sottoposti a rivascolarizzazione miocardica mediante angioplastica coronarica percutanea, i livelli di Omocisteina sembrerebbero rappresentare un valore predittivo di ristenosi; ciò significa che tra i soggetti cardiopatici sottoposti a procedure di rivascolarizzazione percutanea quelli che presentano elevati livelli di Omocisteina plasmatica hanno un maggior rischio di sviluppare ristenosi.

Un'altra popolazione di pazienti in cui il rischio cardiovascolare è elevato, ed ulteriormente aggravato da elevati valori di Omocisteina è quella dei soggetti che sono stati sottoposti a trapianto cardiaco; sembra infatti che l'iperomocisteinemia che si sviluppa in seguito al trapianto possa favorire l'aterosclerosi del graft, una tra le principali limitazioni della sopravvivenza a lungo termine di questi pazienti.

Recenti studi hanno inoltre dimostrato che livelli di Omocisteinemia inferiori a quelli necessari per produrre una disfunzione a livello cardiaco possono essere sufficienti per danneggiare i vasi cerebrali con il conseguente aumento del rischio di ictus ischemico.

Altri studi riportano che concentrazioni di Omocisteina oltre la norma raddoppiano il rischio di trombosi venosa profonda, una malattia che colpisce generalmente gli arti inferiori con il conseguente rischio che il coagulo migri fino ai polmoni causando l'embolia polmonare. Quando poi la trombosi venosa profonda si verifica in soggetti con pervietà del forame ovale, un'anomalia cardiaca asintomatica presente in circa il 30% della popolazione normale e caratterizzata dalla comunicazione tra le camere atriali destra e sinistra, può essere causa di embolia paradossa.

Da uno studio del 2002 è emerso inoltre che l'iperomocisteinemia è un fattore di rischio indiscusso per lo sviluppo della demenza e della malattia di Alzheimer.

Oltre che per le patologie cardiovascolari, cerebrovascolari, e per la malattia di Alzheimer l'Omocisteina sembrerebbe giocare un ruolo molto importante anche in gravidanza; elevati livelli di questo aminoacido sono stati osservati infatti nelle donne affette da preeclampsia, distacco prematuro di placenta e aborti spontanei; inoltre, nelle madri dei nati in sottopeso e nel 20% di quelle dei nati con difetti del tubo neurale, tra cui la più comune anomalia è la spina bifida, si è osservato un elevato livello di Omocisteina.

In ultimo, l'iperomocisteinemia è stata anche chiamata in causa nelle fratture ossee da osteoporosi: in uno studio del 2004 infatti è stata valutata l'associazione fra i livelli plasmatici di Omocisteina ed il rischio di frattura osteoporotica. Lo studio ha concluso che:
1) elevati livelli di Omocisteina plasmatica costituiscono un forte ed indipendente fattore di rischio per fratture osteoporotiche sia negli uomini che nelle donne di età avanzata e che
2) l'associazione fra l'iperomocisteinemia e il rischio di frattura è apparsa essere indipendente dalla densità minerale ossea e da altri potenziali fattori di rischio di frattura.

LE CAUSE DELL'IPEROMOCISTEINEMIA

La concentrazione plasmatica di Omocisteina è il risultato di una stretta relazione tra le abitudini dietetiche e i fattori genetici predisponenti.

La maggior parte delle persone hanno elevati livelli di Omocisteina nel sangue a causa di una dieta non sufficientemente ricca di Acido Folico e delle altre vitamine del gruppo B.

Altre cause di iperomocisteinemia sono le alterazioni genetiche che causano i deficit degli enzimi coinvolti nella cascata metabolica che ha come prodotto intermedio l'Omocisteina. Oltre al deficit dell'enzima cistationina-b sintetasi, dovuto ad una mutazione genetica molto rara (vedi Omocistinuria), livelli elevati di Omocisteina possono essere dovuti anche alla mutazione del gene responsabile della produzione dell'enzima metilenetetraidrofolato-reduttasi (MTHFR) (vedi metabolismo dell'Omocisteina). è inoltre stato identificato un polimorfismo genetico, abbastanza frequente nella popolazione generale, come responsabile dell'aumento dei livelli Omocisteina e caratterizzato dalle mutazioni C677T e 1298A/C; di queste, la prima sembrerebbe essere la più importante sotto il profilo del rischio trombotico, comportando una riduzione dell'attività enzimatica della MTHFR pari al 50%.

Altre anomalie congenite da ricordare come possibili cause di iperomocisteinemia, anche se estremamente rare, sono i deficit di metionina sintasi, di cobalamina reduttasi, di metiltransferasi associata alla cobalamina reduttasi, di γ-cistationinasi e la malattia da Efflusso Lisosomiale.

I pazienti con insufficienza renale cronica hanno molto spesso elevati livelli di Omocisteina; l'esatto meccanismo che determina questo aumento non è ancora noto, anche se è molto probabile che sia legato ad una riduzione della clearance renale dell'aminoacido.

Va ricordato inoltre che l'adeguamento delle abitudini dietetiche, e cioè un adeguato apporto vitaminico, è in grado di minimizzare le alterazioni del metabolismo dell'Omocisteina su base genetica.

In ultimo ricordiamo che elevati livelli ematici di questo aminoacido così importante per lo sviluppo di patologie cardiovascolari si riscontrano anche in alcune malattie ( ipotiroidismo, psoriasi, lupus eritematoso sistemico, artrite reumatoide) e durante trattamenti con alcuni farmaci ( metotrexate, carbamazepina, fenitoina ed isoniazide).

Omocistinuria

E' una malattia genetica autosomica recessiva che colpisce circa una persona su 75000 caratterizzata da una mutazione di un gene posto sul braccio lungo del cromosoma 21. Nei soggetti omozigoti le principali manifestazioni cliniche comprendono un fenotipo "marfanoide", caratterizzato da corporatura alta e sottile, aracnodattilia, pectus excavatum, cifoscoliosi ed osteoporosi; comuni sono anche i danni al cristallino con miopia e il ritardo mentale che è presente in circa il 60% dei pazienti mentre, in altri, si possono osservare comportamenti schizofrenici. A queste anomalie si aggiungono i danni cardiovascolari consistenti principalmente nelle trombosi arteriose e venose, nella degenerazione dell'aorta e delle grandi arterie e nell'iperplasia e fibrosi dello strato intimale dei vasi arteriosi e venosi. Si stima che circa un terzo dei pazienti con Omocistinuria andrà incontro a trombosi venosa; gli episodi trombotici si verificano di solito prima dei trent'anni e comprendono trombosi venosa profonda complicata spesso da embolia polmonare e trombosi arteriosa a livello coronarico, cerebrale e periferico. Il rischio trombotico di questi soggetti è naturalmente aumentato dalla contemporanea presenza di altri fattori di rischio trombogenici.

I livelli plasmatici di riferimento dell'Omocisteina

Un studio pubblicato nell'ottobre del 2005 divide i livelli plasmatici di Omocisteina, senza alcuna differenza tra i sessi, raggruppandoli in tre classi distinte:

valori normali: concentrazioni di Omocisteina inferiori ai 13 μmol/l;
valori moderatamente elevati: concentrazioni di Omocisteina comprese tra 13 e 60 μmol/l;
valori severamente elevati: concentrazioni di Omocisteina oltre i 60 μmol/l.

Altri studi ritengono che il rischio cardiovascolare legato all'iperomocisteinemia inizi con valori superiori a 11.4 μmol/l e identificano come valore soglia i 9 μmol/l.

In Italia la maggiorparte dei laboratori considera normali per gli adulti concentrazioni di Omocisteina inferiori a 13 μmol/l per gli uomini e inferiori a 10.1 μmol/l per le donne; per i bambini fino ai 14 anni sono considerate normali concentrazioni inferiori a 11.3 μmol/l.

Come provoca il danno vascolare l'Omocisteina?

I meccanismi con cui l'Omocisteina plasmatica provoca i danni a livello vasale non sono ancora del tutto chiari. Si è visto che è altamente lesiva per l'endotelio tanto che con il passare del tempo questa istolesività aumenta fino a provocare la trombosi. Inoltre, sembra che l'Omocisteina da una parte antagonizzi la sintesi e la funzione dell'ossido nitrico endoteliale, riducendo in tal modo l'azione vasodilatante ad esso legata, e, dall'altra, provochi la formazione dell'anione superossido (O2-) precursore del radicale citotossico perossinitrito, con conseguente aggravamento dello stress ossidativo.

Un possibile meccanismo attraverso il quale l'Omocisteina favorisce l'aterosclerosi potrebbe essere quello legato alla proliferazione delle cellule muscolari lisce, che a sua volta determina un aumento dell'adesione endoteliale con un incremento della deposizione di lipoproteine a bassa densità (LDL) e formazione di cellule schiumiose. Inoltre l'Omocisteina sembrerebbe agire direttamente sull'attivazione piastrinica con un aumento sia dell'adesione che dell'aggregazione.

Il meccanismo attraverso il quale l'Omocisteina porta alla formazione di trombi sembra essere legato all'attivazione del fattore V endoteliale, all'inibizione della proteina C e alla riduzione dell'attività dell'Antitrombina II

Iperomocisteinemia, Cosa Fare?

Come abbiamo detto (e anche visto) diverse vitamine del gruppo B, l' Acido Folico(vitamina B9), la Betaina (Trimetilglicina), la Cianocobalamina ( vitamina B12) e la Piridossina ( vitamina B6) influenzano la concentrazione plasmatica di Omocisteina partecipando come cofattori nelle principali vie metaboliche che portano all'allontanamento di questo amminoacido dal nostro organismo. Un adeguato apporto vitaminico giornaliero può quindi determinare una diminuzione dei livelli di Omocisteina plasmatica sia nei soggetti in cui l'iperomocisteinemia è legata alla scarso apporto di questi micronutrienti con la dieta e sia in quelli affetti da alterazioni genetiche di quegli enzimi (mutazioni MTHFR) necessari per il metabolismo dell'aminoacido.

Per prevenire l'accumulo di Omocisteina nell'organismo è quindi sufficiente integrare la propria dieta con quantità adeguate di Acido Folico , Betaina, vitamina B6 e vitamina B12 .

Un recente studio ha dimostrato che l'uso quotidiano di un integratore alimentare contenente una quantità di Acido Folico di 0.2 mg determina una riduzione dei livelli di Omocisteina plasmatica di circa il 60%; quando l'integrazione di Acido Folicopassa da 0.2 a 0.4 mg al giorno la riduzione dei livelli di Omocisteina sale a circa il 90% e con un apporto giornaliero di Acido Folico di 0.8 mg si ottiene la massima riduzione delle concentrazioni di Omocisteina.

Si suggerisce a tutte le donne in gravidanza, affinché vengano prevenuti nel nascituro i difetti del tubo neurale, di integrare ogni giorno la loro dieta con almeno 0.4 mg di Acido Folico; l'integrazione giornaliera di Acido Folico dovrebbe essere invece almeno dieci volte superiore (quindi 4 mg) in tutte le donne che hanno già avuto una gravidanza con complicanze, un figlio affetto da spina bifida o che sono affette da iperomocisteinemia.

Noi consigliamo a tutti coloro che hanno un valore plasmatico di Omocisteina al di sopra dei 12 μmol/l di consultare il proprio medico o uno specialista prima di iniziare ad integrare la dieta con un apporto maggiore di Acido Folico(vitamina B9), di Betaina (Trimetilglicina), di Cianocobalamina (vitamina B12) e di Piridossina (vitamina B6).

Non essendoci al momento delle linee guida per il management dei soggetti affetti da iperomocisteinemia consigliamo inoltre di comportarsi come segue:

• controllare i livelli plasmatici di Omocisteina dopo circa due mesi dall'inizio dell'integrazione e, a seconda dei valori riscontrati, si procede in questo modo:

1A se i valori sono rientrati nella norma sospendere l'integrazione e ripetere un esame di controllo dopo un mese; se a questo controllo i livelli di Omocisteina sono ancora nella norma eseguire un controllo dopo tre mesi; se dopo tre mesi si riscontrano ancora livelli normali eseguire un controllo dopo sei mesi e se ancora normali si procederà con un controllo una volta l'anno;

1B se i valori di Omocisteina sono ancora alterati (cioè > 12 m mol/l) continuare l'integrazione e ripetere un controllo dopo altri due mesi e così via; se invece dopo i successivi due mesi d'integrazione i valori fossero rientrati nella norma allora si procederà come al punto 1A.

Il nostro consiglio, nei soggetti con iperomocisteinemia, è comunque quello di proseguire l'integrazione di Acido Folico e delle altre vitamine del gruppo B cronicamente anche quando i livelli di Omocisteina fossero rientrati nella norma.

Chi dovrebbe dosare i livelli di Omocisteina?

Secondo noi una volta nella vita tutti dovremmo eseguire il dosaggio dell'Omocisteina; qualora risultassero dei valori anormali consigliamo di rivolgersi al proprio medico che potrà lui stesso prescrivere sia lo studio genetico (polimorfismi MTHFR) che l'integrazione nutrizionale necessaria, oppure, indirizzare verso lo specialista.

Lo screening per l'iperomocisteinemia dovrebbe poi essere eseguito di routine:

  • nei soggetti che hanno avuto un infarto miocardico, un ictus cerebrale, una trombosi venosa profonda o una embolia polmonare;
  • nei soggetti che sono stati sottoposti ad un intervento di rivascolarizzazione miocardica mediante angioplastica percutanea o by-pass aorto-coronarico;
  • nei soggetti che sono stati sottoposti a trapianto cardiaco;
  • nei soggetti in cui è stata diagnosticata una stenosi carotidea, un'artereopatia obliterante degli arti inferiori o una qualsiasi altra forma di malattia aterosclerotica;
  • nei soggetti che presentano uno o più fattori di rischio cardiovascolare come ipertensione arteriosa sistemica, diabete mellito, dislipidemia, sindrome metabolica e familiarità per malattie cardiovascolari;
  • nei soggetti che hanno una familiarità per trombofilia;
  • nelle donne in gravidanza;
  • nelle donne che sono in terapia con anticoncezionali orali;
  • nei soggetti affetti da demenza o in quelli con familiarità per demenza;
  • nei soggetti affetti da osteoporosi;
  • nei soggetti affetti da ipotiroidismo;
  • nei soggetti affetti da psoriasi;
  • nei soggetti che assumono farmaci quali metotrexate, carbamazepina, fenitoina ed isoniazide;
  • nei soggetti che non hanno una dieta equilibrata.

Le nozioni riportate in queste pagine non sono da utilizzare né per scopi diagnostici né terapeudici. Per qualsiasi diagnosi e/o trattamento di malattie rivolgersi al proprio medico e/o ad uno specialista.

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